domenica 18 giugno 2017

Mangia-tempo

Oggi si parlava di tempo. Tempo di fare le cose, tempo di pensare, tempo per se'.

[Parto ormai dalla convinzione che quando uno dice che non ha tempo per far qualcosa, e' perche' non la vuole fare davvero. Ugualmente, quando uno dice che non ha tempo per se' ho il sospetto - che magari a volte e' infondato - che quella persona non abbia davvero voglia di stare con se stessa.]

Comunque. Dicevo che ho sentito che c'e' una roba di Amazon che tu metti dei pulsanti in giro per la casa, che ne so, vicino alla lavastoviglie -e quando finisce una cosa - tipo il detersivo - schiacci e fai un ordine e quello ti arriva a casa senza che tu debba sgomitare con arzille velate nei supermercati low cost il sabato pomeriggio.

Ho pensato che ci sono tutta una serie di attivita' che mangiano il tempo. E che vanno bene se stai cercando di distrarti, di non pensare a una storia finita, a una persona fastidiosa o a un obiettivo fallito tipo perdere due chili. Ma se stai invece disperatamente cercando qualche minuto di pace per scrivere, pensare, bere una birra con qualcuno che conta, queste attivita' ti snervano - perche' stanno esattamente fra le palle, a misurare la distanza fra te-automa e te-Persona.

Il vissuto di queste attivita' e' soggettivo. Nella mia routine serrata, ecco le attivita' che trovo le piu' mangia-tempo in assoluto, che se conto il tempo che ci dedico/ci si dedica in media mi vengono i brividi e mi si rizzano i capelli e voglio urlare che il mondo non e' giusto:

- lo shopping, soprattutto il sabato pomeriggio e soprattutto se non he hai voglia (nel mio caso, il 98% delle volte)
- prenotare cose, prenotare viaggi, prenotare aerei. Pianificare. E' vero dopo sei contento di essere a Maiorca, pero' il tempo speso su booking o skyscanner non te lo restituisce piu' nessuno
- Ikea, real estate e affini. Ho amici che passano ore a raccontare lussuriosamente il dettaglio di un divano nuovo o della piastrella della loro casa nuova. Tutto il tempo passato non solo a comprare le suddette cose, ma anche il tempo che devi passare in una conversazione su tali suddette cose, lo considero tempo rubato alla mia esistenza. E mi fa male.
- cercare casa. Da affittare, da comprare, non importa. I ragionamenti sulla casa. Meglio affittare, meglio comprare.
- gli oggetti. Comprare, possedere.
- i gruppi Whatsapp. Per favore, no. (tranne qualche rara eccezione e si parla di non piu' di tre partecipanti)
- i mezzi pubblici. Quando non arrivano, quando sono lenti, quando si bloccano.
- i semafori. Quello di Arts-Loi, soprattutto quello di Arts-Loi. Dieci minuti per attraversare un incrocio per andare a prendere un panino.
- la spesa, soprattutto se per comprare lo scottex e la carta igienica e il sapone per le mani

La lista potrebbe continuare, e mi rendo conto che forse e' piu' facile elencare le attivita' che non considero perdita di tempo, che si riassumono con leggere, scrivere, riflettere e stare con le persone che ami e ti arricchiscono.

C'e' poi anche un'altra considerazione da fare. Che anche le attivita' antipatiche della lista - almeno alcune, tipo i mezzi pubblici -puoi trasformarle in tempo di qualita' se riesci e metterti nello stato d'animo giusto.

E allora, la quantita' di tempo che uno ha per se' si estende di nuovo, potenzialmente all'infinito.

martedì 6 giugno 2017

A mali estremi

Quando e' troppo, e' troppo. Dopo l'ennesimo 'ao' ma mica ne aspetta n'artro', sabato ho deciso che era giunto il momento. Io ci ho provato, nei limiti delle mie modeste possibilita' di energia e di tempo. Ma quello che un tempo fu il mio glorioso addome, asset di punta, gioello della corona, flagship store della mercanzia, non si riprende. Sta li', flaccido, inerte. Mai avrei pensato che mi avrebbe delusa. Sui fianchi, le gambe, non riponevo alcun tipo di aspettativa. Ma lei, la mia pancia piatta, non mi aveva mai destato preoccupazione, nemmeno quando si era gonfiata a dismisura per contenere Giulia.

Tant'e'. Complice un viaggio in Italia e le ripetute pressioni materne, sabato pomeriggio ci vede varcare la soglia del negozio di intimo del centro commerciale varesotto. 'Vorrei una..uhm...pancera', dico a mezza voce alla commessa ventenne. 'Tipo una guaina contenitiva sa, per la pancia', strilla delicatamente mia madre.

Ah certo ho capito, fa l'adolescente. Con la coda fra le gambe la seguiamo verso un angolo buio, che non avevo mai notato nel mezzo di tanti completini colorati, di pizzo, sfiziosi, sexy, carini.

'Che poi sono pure carine, 'ste pancere', commenta con falso ottimismo mia madre. 'Beh carine non direi', si lascia scappare la commessa mentre rovista in un cassettone in basso. 'Utili', aggiunge incoraggiante mentre io voglio sprofondare nel pavimento del Gigante, in quel momento preciso. 

Vado a provare l'affare, una specie di costume da bagno rigido dal feel ottocentesco. Quindi avevano ragione loro, quelle dei corsetti. Anni di lotte femministe buttati all'aria. (Non a caso la piu' strenua sostenitrice di tali metodi e' la nonna, che il giorno seguente di affari me ne regala tre.)

'Ha ancora i postumi della gravidanza', sussurra discretamente (cosi discretamente che la sento da dentro al camerino) la mamma alla commessa che sono sicura se la sta ridendo sotto al mascara. 'Ah ha partorito da poco?'. Ok voglio andarmene. Subito.

Usciamo dal negozio dopo aver speso la modica cifra di euro ottanta - pero' abbiamo avuto in omaggio un simpatico pareo rotondo.

Ho tradito i miei principi. Il principio della comodita', secondo cui mai bisogna indossare un abito scomodo che' il proprio benessere e' prioritario all'immagine. E il principio dell'onesta' dell'abbigliamento, per cui se hai le tette piccole e'disonesto mettere il reggiseno imbottito e se sei bassa e' disonesto mettere i tacchi.

Pero' la cosa funziona. Cazzo se funziona. In un attimo mi sento quasi normale. E un'amica che non vedo da tempo aprendo la porta esclama 'come sei dimagrita.'

Ho ritrovato la pace.

domenica 28 maggio 2017

Number two

In questi giorni al mare guardavo le altre famiglie, e quando ne vedevo una con un figlio solo, gia' un po' grandicello, mi calava una patina di tristezza.
Maiorca, maggio 2017

Pensavo al crescendo di difficolta', per i genitori, ad intrattenerlo/a. Alle ore di solitudine in casa, che giocoforza devono saltare fuori, tra la scuola, il corso di nuoto e la cena. E appunto, alle vacanze. In cui e' vero puoi socializzare con gli altri bambini, ma senza l'appoggio sicuro che potrebbe darti un fratello.

Insomma, dopo il primo figlio inizia un secondo round di riflessioni, pressioni e sensi di colpa a cui tocca rispondere in qualche modo.

Vorra' un fratellino con cui giocare, e' la mia preoccupazione principale - sostanzialmente l'unica di fronte a un mare di svantaggi. 

Questo ragionamento  mi permette di sciorinare lucidamente una serie di realta' che nell'immediato dopo-parto una combinazione di inbecillita' ormonale e senso del pudore contribuiscono a tenere segrete.

Mi pare di avere accennato alla fatica. Prima cammini per nove mesi con la sensazione di aver ingoiato un ferro da stiro, che nella testa inizi a calcolare la traiettoria piu' breve perfino per attraversare una piazza. Poi il terno al lotto del parto, che nel mio caso si e' concluso con un doloroso (in tutti i sensi) taglio cesareo. Poi i chili che non se ne vanno piu', intanto che continui a prestare il tuo corpo alla causa in modalita' latteria-open-bar. E ok, e' vero che io ho riposto forse un'eccessiva fiducia nei benefici del walking a scapito di kine e nuoto, ma il corpo non torna come prima. C'e' sempre qualcosa che sta li' a indicarti che ormai indietro non si torna. 

Del sonno ho gia' ampiamente disquisito. E una volta che delicatamente, in punta di piedi, si inizia di nuovo ad assaporare una notte intera come si deve, vogliamo davvero ripiombare nella tortura urlante della sveglia ogni due ore?

Insomma, motivazioni razionali non ce ne sono - a parte la discutibile prevenzione della solitudine casalinga.

Ma d'altronde non ce ne sono neppure molte per un primo, oggigiorno che i nonni sono lontani, abbiamo lavori totalizzanti e mille distrazioni edonistiche a portata di click.

Eppure qualcosa di misterioso e oscuro opera nell'ombra, perche' alla fine i bimbi si fanno. 

lunedì 22 maggio 2017

Maiorca

Un tempo l'estate iniziava piano piano. Una gita al lago, prendere il sole al Ticino (questo avevamo, noi nel varesotto). Poi la piscina all'aperto e infine il mare. Sempre lo stesso, 2, 3 settimane. Un mese, a volte.

Adesso che abito nel nord europa e' tutto diverso. L'estate c'e' a sprazzi, certe domeniche di 20 gradi e piu' in cui la citta' si riversa al bois de la cambre, oppure ci si spinge fino a Knokke o Ostende per vedere il mare giallo diventare almeno un po' grigio.

Ma non ci puoi fare affidamento.

Le vacanze, in nord europa, vanno organizzate. Settimane strategiche, a novembre o ad aprile, a spezzare periodi di grigio troppo lunghi. 

Settimane che - se non vuoi varcare l'oceano e nemmeno te la senti di tentare lo scoppiettante medioriente - finiscono per lo piu' in Spagna - leggi Canarie o Baleari. 

Se hai figli poi, queste sono tappe obbligate. Temperatura mite, spiagge e resort attrezzati, clientela selezionata esclusivamente over-65 o coppie con prole al seguito. Se un tempo tale scenario mi sarebbe parso suicida, da quel di' che iniziai ad avere una pancia si e' assestato sulla soglia dell'accettabilita'.

Questa volta ci e' andata bene e in un porticciolo a nord di Maiorca abbiamo trovato il punto perfetto tra tranquillita', autencita' e quei comfort da turista medio che attraggono britannici con carrozzine in (fortunatamente  non) grande quantita'.

Cosi', situazione baby permettendo, posso ancora passare qualche mezz'ora a guardare il mare e svuotare la testa. A ricordare e collegare, intessere tele nuove di pensieri. Cercare interpretazioni nuove, tutte valide e nessuna definitiva.

Perche' alla fine, quello che interessa a me di una vacanza non sono tanto le spiagge, i cocktail dell'aperitivo o le escursioni in barca. Mi interessa questo: guardare il mare e pensare.

lunedì 15 maggio 2017

Italia

C'e' un'Italia che non ci appartiene piu', fatta di provincialismi e luoghi comuni. Scontrini non battuti, caffe' al banco e contratti a progetto.

Un'Italia di paesi dove abbiamo girato in scooter da ragazzini e scambiato il nostro primo bacio. Un'Italia di citta' dove abbiamo discusso la tesi di laurea prima di iniziare a staccarci, piu' o meno lentamente. Prima di smettere di crederci, che i portici di Bologna o l'aperitivo di Milano si potessero conciliare con una carriera all'altezza delle nostre aspettative.

Un'Italia che ci e' sempre meno familiare. Che soffriamo sempre di meno a lasciare, man mano che le nostre convinzioni aumentano. Che la nostra vita 'altrove' si definisce, la bonta' di certe nostre scelte attenua i conflitti, sbiadisce i toni dei rimpianti.

Pero'. Un'Italia dove abbiamo lasciato mamma e papa'. Fratelli. Nonni. E il tempo passa piu' in fretta per loro. Sembra. E puo' capitare che abbiano bisogno di noi. O che se ne vadano, tra un weekend che siamo scesi una volata e quello dopo che avevamo gia' preso i biglietti.

A un certo punto entra quindi questa variabile nuova, che ti spiazza. Che non avevi ben considerato. Che ti lacera di nuovo. Che imparerai a gestire.

sabato 29 aprile 2017

Tutto bene

Sono giorni veloci, in cui ti svegli e un attimo dopo e' di nuovo sera. Giorni in cui annaspo per un po' d'aria, per un po' di vuoto, a fronte di tanto pieno.

Nelle bozze di blogger ho una serie di post iniziati e mai finiti, scampoli di respiro sul tram, nei venti benedetti minuti che separano l'uscita del nido all'entrata in ufficio. E' l'unico momento della giornata veramente mio, prezioso come una goccia di rugiada. (E' preziosa la rugiada? Boh, suona bene).

Sto timidamente ricominciando ad accettare trasferte di lavoro. Uno, due, tre giorni. Si ricomincia settimana prossima. La parte di me che gongola all'idea di una notte da sola, dove finalmente, si spera, potro' dormire, e' in realta' abbastanza piccola. Inaspettatamente piccola. Perche' per il resto ci sono tutta una serie di cose che adoro.

Adoro la routine del bagnetto, la pappa, il gioco serale. Adoro la sensazione del venerdi' sera quando la vado a prendere e abbiamo due giorni tutti per noi davanti. Adoro quando me la porto in giro fieramente e tutti mi fermano per dire 'che bella'. Quando i parenti assistono rapiti per ore alle sue performance. Quando le maestre all'asilo mi raccontano di qualche nuovo sviluppo o quando lo vedo io - tipo quando l'ho vista alzarsi in piedi la proma volta, tre sabati fa.

Adoro la scusa per non uscire il sabato sera. E anche molte altre sere di appuntamenti noiosi o vuoti o doverosi.

Adoro le mattine in cui mi guarda dal seggiolone mentre mi vesto, prima di partire tutti insieme in macchina, oppure solo io e lei, a farle le boccacce mentre ride dal passeggino.

Adoro pensare al futuro, a cosa fara' a un anno, due, sette, dieci. Pensare di avere un percorso davanti a noi, una strada lunga che nessuno ci puo' togliere.

Insomma. Ho mal di testa e migliaia di ore di sonno arretrate. Ma va tutto molto bene.